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AntifascismoResistenza
23 marzo 2008
Ricordo di tre bambini ebrei
  La mia è la testimonianza di un bambino, che nel settembre 1943 aveva poco più di sette anni, e che ha stampate nella memoria e nel cuore quelle esperienze sue e dei suoi familiari.. Tutto quello che era avvenuto con l'emanazione delle leggi razziali del 1938 aveva comportato per la mia famiglia disagi non indifferenti, derivanti anche dall'impossibilità per mio padre di continuare - in un piccolo centro come Fiume - la sua professione di avvocato. L'esser stato egli prescelto quale Segretario dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, fu l'occasione per il nostro trasferimento a Roma nell'estate del 1939 e, sicuramente, la ragione della nostra salvezza dalle deportazioni di cui, invece, furono vittime mia nonna e gli altri familiari rimasti a Fiume, scomparsi nei forni della Risiera di San Saba a Trieste o in quelli di altri campi di sterminio. Ricordo quelle squallide scene alla scuola Enrico Pestalozzi - presso la quale era stata istituita una sezione per gli ebrei - di decine di bambini "che non potevano stare con gli altri bambini ", contornati di gagliardetti, inquadrati nel corridoio a cantare gli inni del regime salutando romanamente. Non appena proclamato l'armistizio, papà - temendo quello che sarebbe potuto avvenire - ci disperse tutti: fu quello il momento in cui si realizzò nei fatti quella solidarietà latente che i miei genitori avevano già sentito attorno a loro. Fui condotto dalla signora Bianca che abitava vicino a casa nostra e viveva molto modestamente con suo marito: mi accolse con amore ed affetto, dividendo con me quel poco che avevano. Il fatto che qualcuno mi avrebbe potuto riconoscere, se mi fossi affacciato dalla finestra o dal balcone, con il rischio che ciò comportava per lei e per il marito, evidentemente aveva un peso inferiore al valore della salvezza di una vita. Rimasi lì diversi giorni, poi mia madre mi portò in un minuscolo appartamento dove ritrovai, senza poter uscire e solo per pochi giorni, tutta la famiglia e poi fui condotto in collegio diventando Franco Derenzini battezzato nella cattedrale di Budapest dove potevano esserlo solo i discendenti dei re d'Ungheria: ma mia madre ignara di questo fatto, così aveva dichiarato nella richiesta della fede di battesimo smarrita! E’ evidente, che, come suol dirsi, mi avevano lavato il cervello: ma vai a convincere un bambino di sette anni che non era un gioco e che, tra le altre cose, non doveva rispondere se si sentiva chiamare con il vecchio nome, che se chiamava la mamma "mamma" e non zia Annetta", quelle poche volte che sarebbe venuta a trovarlo, rischiava di non vederla mai più ed altre amenità del genere. Vedevo abbastanza spesso in collegio i tedeschi, ma i religiosi che avevano accolto presso di loro sia me che diversi altri ebrei, riuscirono sempre ad evitare pericolose situazioni fingendo di servir messa, di farci fare la Prima Comunione e la Cresima e facendoci cantare con gli altri gli inni liturgici. Rimasi in collegio fino alla liberazione. Mio fratello era stato prima presso la famiglia di un impiegato di banca e poi mi aveva raggiunto in collegio dividendo le mie esperienze, evidentemente con molta maggiore consapevolezza dall'alto dei suoi nove anni: per tutta la nostra vita, ancor oggi, tende ad avere un atteggiamento protettivo nei miei confronti, come allora. Per mia sorella (10 anni) era stato trovato rifugio nella casa del Maestro Mistruzzi, scultore e medaglista molto caro al Papa, che non ebbe dubbi nel mettere a repentaglio i suoi privilegi in nome di valori di ben altra natura. A dicembre anche lei fu accolta in un collegio dove rimase fino alla liberazione. la breve storia di 3 bambini molto, molto fortunati. Non è la storia di tanti altri, bambini e non, cui non fu consentito altro che la disperazione, la sofferenza, la morte. La nostra esperienza è emblematica di un diffuso atteggiamento tra i romani che, malgrado un ben più diffuso sentimento di indifferenza, non ebbero dubbi nel dare aiuto e conforto con il loro calore umano a tanti loro simili che non vedevano "inferiori", resistendo alle lusinghe di una maggiore tranquillità in un momento già tanto colmo di difficoltà e, soprattutto, di pericoli. Non tutto era così semplice: l'ambiente era comunque sempre ostile ed è ciò che rende ancor più grande il loro gesto di persone, non per vocazione come i religiosi (e senza con ciò sminuire quello, spesso, di eroico che questi hanno fatto), ma espostesi al pericolo per pura bontà e solidarietà umana. E’ questo l'atteggiamento di cui dobbiamo ricercare e recuperare tutte le tracce attraverso le testimonianze di tutti coloro che ne hanno vissuto i momenti, talvolta lieti e troppo spessi tristi e dolorosi. Tutti sappiamo che la storia è fatta non solo di gesti eclatanti ma anche, e forse soprattutto, di piccoli eroismi che ne formano il tessuto connettivo, più vicini ai sentimenti dell'umanità. E’ su ciò che sono basate le nostre speranze.

Giovanni Polgar




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 23/3/2008 alle 20:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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